La questione genitale / 2
Non più paura del corpo ma uomini veri, ci ha insegnato Wojtyla
Il prete ideale è un angelo oppure è un uomo? Fino al pontificato di Giovanni Paolo II, non di rado si sarebbe risposto: un angelo. Il Papa polacco invece ha aperto come una diga, trattando apertamente temi fino a quel momento tenuti lontani dall’educazione dei seminaristi. Il tema del corpo, la teologia del corpo, ma soprattutto l’esperienza della corporeità, che lui ha proposto proponendo se stesso. Montanaro, atleta, sciatore, che accoglie la nomina a vescovo in campeggio. di Jonah Lynch Leggi Maledetti genitali. La dura battaglia della chiesa per la castità di Mauro Piacenza
13 AGO 20

Il prete ideale è un angelo oppure è un uomo? Fino al pontificato di Giovanni Paolo II, non di rado si sarebbe risposto: un angelo. Il Papa polacco invece ha aperto come una diga, trattando apertamente temi fino a quel momento tenuti lontani dall’educazione dei seminaristi. Il tema del corpo, la teologia del corpo, ma soprattutto l’esperienza della corporeità, che lui ha proposto proponendo se stesso. Montanaro, atleta, sciatore, che accoglie la nomina a vescovo in campeggio. Davanti a Giovanni Paolo II, si poteva dire che egli era uomo, meravigliosamente uomo. L’amore umano lo commuoveva (ricordiamo “La bottega dell’orefice”, oppure “Amore e responsabilità”). Baciava le donne in fronte, teneva rapporti epistolari con delle amiche. Queste erano esperienze nuove, che Giovanni Paolo II ha proposto a tutta la chiesa.
Non più la paura del corpo o del pericolo di amicizie al femminile, ma la serena e simpatica vita di un sacerdote in mezzo al suo popolo. E’ questa figura di prete umile, virile e sorridente che ha affascinato l’attuale generazione di seminaristi. Non vogliono vivere un’umanità monca, ma trovare nella sequela di Cristo e nel servizio alla sua chiesa l’unità profonda della propria vita, della propria storia, finanche della propria sessualità. Per questo l’intervento del cardinale Piacenza ai seminaristi piemontesi mi sembra significativo. Auspica la maturità affettiva, che può avvenire attraverso la purificazione della memoria. Annota senza mezzi termini che “la cultura contemporanea tende letteralmente a imbottire i giovani di immagini, e dunque di memorie un tempo inimmaginabili… Nel cattivo uso per mezz’ora di Internet, si può vedere ciò che, in passato, nemmeno in una intera esistenza era dato di incontrare!”.
Ma per purificare la memoria occorre una esperienza presente, più attraente di ciò che si lascia alle spalle. E’ questo che rende il celibato così bello e così importante per la vita della chiesa. Incontrare un uomo veramente celibe, veramente vergine, è come toccare con mano l’eterno, la totale libertà nei rapporti, l’infinito rispetto che non vuole sfruttare l’altro, ma vuole aiutarlo a camminare verso il suo destino.
Per diventare preti così, i seminaristi di oggi hanno bisogno di formatori così. In nessun ambito come quello affettivo si può essere convincenti soltanto se si fa esperienza in prima persona di ciò che si dice. Vuol dire che i formatori devono essere santi? Lascio rispondere Rosmini, che nelle “Le cinque piaghe della santa chiesa”, dice: i sacerdoti sono diventati più piccoli, più modesti, più meschini, perché hanno avuto formatori sempre più meschini.
Per me che lavoro proprio nella formazione di futuri sacerdoti, queste parole sono una sfida quotidiana. Ciò che ha salvato la mia vocazione, ciò che ha salvato la vocazione di centinaia e migliaia di sacerdoti, è la testimonianza di un’esperienza reale, in atto, della bellezza della verginità. Testimonianza, e anche compagnia: se un grande si abbassa a stare al mio fianco, potrò anch’io aspirare alla santità.
Giovanni Paolo II amava immergersi nella preghiera. Per lui il mondo invisibile era ancora più reale del mondo visibile. Questo è il suo segreto, la ragione profonda del suo fascino. La preghiera è la strada che permette a un sacerdote di percepire, dentro il midollo delle ossa, che nella verginità c’è qualcosa di talmente bello e talmente grande che vale la pena persino non sposarsi. Questo è ciò che ci ha fatto vedere Giovanni Paolo II. Non ha dialettizzato, non ci ha seppelliti di discorsi interminabili e poco comprensibili. Ci ha sorriso e ci ha invitato a seguirlo.
di Jonah Lynch
Non più la paura del corpo o del pericolo di amicizie al femminile, ma la serena e simpatica vita di un sacerdote in mezzo al suo popolo. E’ questa figura di prete umile, virile e sorridente che ha affascinato l’attuale generazione di seminaristi. Non vogliono vivere un’umanità monca, ma trovare nella sequela di Cristo e nel servizio alla sua chiesa l’unità profonda della propria vita, della propria storia, finanche della propria sessualità. Per questo l’intervento del cardinale Piacenza ai seminaristi piemontesi mi sembra significativo. Auspica la maturità affettiva, che può avvenire attraverso la purificazione della memoria. Annota senza mezzi termini che “la cultura contemporanea tende letteralmente a imbottire i giovani di immagini, e dunque di memorie un tempo inimmaginabili… Nel cattivo uso per mezz’ora di Internet, si può vedere ciò che, in passato, nemmeno in una intera esistenza era dato di incontrare!”.
Ma per purificare la memoria occorre una esperienza presente, più attraente di ciò che si lascia alle spalle. E’ questo che rende il celibato così bello e così importante per la vita della chiesa. Incontrare un uomo veramente celibe, veramente vergine, è come toccare con mano l’eterno, la totale libertà nei rapporti, l’infinito rispetto che non vuole sfruttare l’altro, ma vuole aiutarlo a camminare verso il suo destino.
Per diventare preti così, i seminaristi di oggi hanno bisogno di formatori così. In nessun ambito come quello affettivo si può essere convincenti soltanto se si fa esperienza in prima persona di ciò che si dice. Vuol dire che i formatori devono essere santi? Lascio rispondere Rosmini, che nelle “Le cinque piaghe della santa chiesa”, dice: i sacerdoti sono diventati più piccoli, più modesti, più meschini, perché hanno avuto formatori sempre più meschini.
Per me che lavoro proprio nella formazione di futuri sacerdoti, queste parole sono una sfida quotidiana. Ciò che ha salvato la mia vocazione, ciò che ha salvato la vocazione di centinaia e migliaia di sacerdoti, è la testimonianza di un’esperienza reale, in atto, della bellezza della verginità. Testimonianza, e anche compagnia: se un grande si abbassa a stare al mio fianco, potrò anch’io aspirare alla santità.
Giovanni Paolo II amava immergersi nella preghiera. Per lui il mondo invisibile era ancora più reale del mondo visibile. Questo è il suo segreto, la ragione profonda del suo fascino. La preghiera è la strada che permette a un sacerdote di percepire, dentro il midollo delle ossa, che nella verginità c’è qualcosa di talmente bello e talmente grande che vale la pena persino non sposarsi. Questo è ciò che ci ha fatto vedere Giovanni Paolo II. Non ha dialettizzato, non ci ha seppelliti di discorsi interminabili e poco comprensibili. Ci ha sorriso e ci ha invitato a seguirlo.
di Jonah Lynch
Leggi Maledetti genitali. La dura battaglia della chiesa per la castità di Mauro Piacenza